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Banche, così il governo anticipa di un anno il regalo da 4 miliardi di euro, il Governicchio Burletta ha proceduto ad una spaventosa rivalutazione del capitale sociale della Banca d'Italia (7,5 miliardi di euro contro i precedenti 156.000 !!!) allo scopo di rivalutare a sua volta le partecipazioni azionarie delle varie banchette italiote (Unicredit ed Intesa su tutti...)per fare in modo che rastrellassero 4 miliardini di crediti in relazione alla vendita delle loro partecipazioni che deve essere ridotta al 3%, contemporaneamente aprendo l'intero capitale alle partecipazione privata anche estera in quanto i soggeti devono semplicemente essere membri UE. Da questa colossale vendita il Governo rastrellerà 1,5 miliardi di euro contro la perdita totale della funzione pubblica della Banca d'Italia nonchè di garante a tutela dl risparmiatore. Altresì i giganti bancari europei potranno attingere ad una quota rivalutatissima, spuntare ottime cedole e mettere il becco negli affari italioti. Di fronte a questa porcata allucinante cha fa il paio con la cessione del 40% di Poste Italiote e con la messa in vendita di quote di FinMeccanica e di Enav - la rete di gestione dei controllori di volo - al peggior Italonia del secondo dopoguerra sta svendendo gli ultimissimi rimasugli di patrimonio pubblico dopo aver disintegrato telefonia (Sip-Telecom), industria metal-meccanica (Alfa, ferriere,Italsider), autostrade (date in gestione a Bemetton), credito al risparmio italiano (il fu Credito Italiano), chimica. Uno strapuntino suggellato altresì dal comportamento diarroico dell'ex comunista Boldrini che ormai si è ampiamente scordata di cosa significhi stare all'opposizione (DICEMBRE 2013)
 
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Fuorionda Gelmini-Toti: "B. teme il 10 aprile
e ha paura dell'abbraccio mortale di Renzi"
 

Fuorionda Gelmini-Toti: "B. teme il 10 aprile e ha paura dell'abbraccio mortale di Renzi"

La coordinatrice di Forza Italia per la Lombardia e il consigliere politico parlano di Berlusconi, fino a questa mattina ricoverato al San Raffaele per meniscopatia e in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza

 
Blitz contro terrorismo neofascista 14 arresti, preparavano attentati

Blitz contro terrorismo neofascista
14 arresti, preparavano attentati

Volevano uccidere politici e magistrati video
e far saltare sedi Equitalia con i dipendenti

Video Fucili sequestrati / Lista obiettivi
Intercettazioni "Quanto costa una caramella? Mille"

 

Charlie Hebdo: con il nuovo modello finanziario è cambiato anche il sistema di terrore

Colpisce la professionalità dell’attacco parigino che appare condotto con la freddezza e programmazione che contraddistingue organizzazioni mafiose, insomma siamo lontani mille miglia dai falliti attentati dei terroristi-fai-da-te dei primi anni 2000 o dall’esercito di straccioni dei Talebani. Lontani siamo anche dalle bombe suicide della stazione di Atocha a Madrid, è possibile che l’alta professionalità acquisita dai jihadisti contemporanei permetta loro di vivere e quindi di ripetere le proprie azioni. Come è cambiato il modello finanziario del terrorismo islamico – ce ne siamo accorti con l’ascesa dello Stato Islamico, la prima organizzazione armata a farsi stato – così è mutato quello degli attacchi in occidente. I due fenomeni vanno a braccetto.

Ci troviamo di fronte ad un nuovo sistema di terrore che ha perfezionato alcune caratteristiche del passato, ad esempio la compartimentalizzazione, tanto cara alle Brigate Rosse ed all’Eta, e sviluppato delle nuove: i cosiddetti ‘mini’ attacchi, interventi armati chirurgici, spesso intrisi di simbolismo, come quello contro il giornale satirico Charlie Hebdo, che vengono filmati con i telefonini dai passanti e divulgati in rete. E’ questo il filo diretto che lega l’assalto ad Ottawa, gli attentati in Australia, con quelli in Francia a dicembre e l’ultimo, tragico, avvenuto a Parigi.

Il moderno terrorismo islamico ha trasformato i social media in un’arma potentissima che permette di ingigantire l’impatto mediatico delle azioni armate. Un’intuizione che nasce dall’attenta analisi dell’11 settembre, il primo attacco filmato e diffuso in tempo reale attraverso i media. Certo, quella fu un’azione spettacolare sotto tutti i punti di vista, con il massimo numero di vittime; ma oggi sarebbe impossibile riprodurla per una serie di motivi, primo fra tutti l’alto numero di militanti coinvolti, che allerterebbe l’antiterrorismo. La strategia del moderno terrorismo mira infatti ad evitare l’infiltrazione da parte delle forze dell’ordine poiché questa è da sempre la strategia vincente dello stato. Tutte le organizzazioni armate del passato, inclusa al Qaeda, sono state debellate attraverso l’infiltrazione e le testimonianze dei militanti arrestati. Ed ecco spiegato il motivo per cui al Baghdadi, il nuovo Califfo, ed il capo indiscusso dello Stato Islamico, ha incitato i suoi seguaci nel mondo a condurre mini-attacchi messi in atto da mini cellule, composte da una, due persone. Quello di Parigi è stato orchestrato da tre attentatori.

Dunque i cambiamenti in atto nel sistema del terrorismo islamico sono frutto di riflessioni profonde riguardo agli errori e successi del passato. Fin qui è facile comprenderne l’iter. Più difficile è capire come alcune di queste mini cellule che si stanno attivando in occidente abbiamo acquisito la professionalità necessaria per condurre mini-attacchi di grande effetto mediatico. In passato questa veniva conquistata attraverso periodi più o meno lunghi di addestramento, ad esempio durante la jihad anti sovietica in Afghanistan. Ed infatti erano i veterani di queste guerre che rientrati in patria alimentavano l’attività terrorista. Oggi però non è cosi e l’antiterrorismo dovrebbe rendersene conto al più presto perché continuare a temere il rientro dei veterani della guerra in Siria or Iraq è la strategia sbagliata. I futuri attentatori europei sono già tra di noi.

I jihadisti dei mini-attacchi sono spesso autodidatti, su questo tutti sembrano essere d’accordo. Si tratta di individui che con molta probabilità sono stati radicalizzati in rete, che non interagiscono con un network reale di militanti, come avveniva ai tempi dell’Eta o dell’Ira, anzi spesso tengono nascosta la loro ideologia. Eppure costoro, e questo è certamente il caso degli attentatori di Parigi, hanno a disposizione delle armi e le sanno usare con professionalità. Questo è un punto cruciale. E’ molto difficile impossessarsi di armi ed esplosivi in Europa senza allertare i servizi segreti e l’antiterrorismo a meno che non si abbia un’entratura con il crimine organizzato. L’unica ipotesi possibile è dunque la seguente: che i jihadisti provengano o frequentino l’area del crimine organizzato. Questo spiegherebbe anche la loro professionalità.

In passato tutte le organizzazioni armate mantenevano relazioni con il crimine organizzato che però tenevano a debita distanza. Oggi è possibile che questa si sia ridotta. E’ dunque in questo mondo che l’antiterrorismo dovrebbe iniziare a muoversi poiché è possibile che con cinismo machiavellico il jihadismo contemporaneo sfrutti i mezzi del crimine organizzato come leva per scatenare il terrore in Europa. A giudicare dal pragmatismo di cui lo Stato Islamico ha dato prova nella creazione del Califfato uno dei motti preferiti di al Baghdadi è sicuramente quello dell’illustre italiano: ‘il fine giustifica i mezzi’.

 

Doppio blitz: uccisi terroristi. Morti 4 ostaggi
Hollande: ‘Ci sono altre minacce per la Francia’
. In tre giorni 20 morti

Sequestratore Coulibaly “incastrato” da una telefonata. Video – Polizia in negozio kosher libera clienti
Presidente: “Atto antisemita terrificante”.
 Responsabili strage di Charlie Hebdo asserragliati per 7 ore (7-8-9 gennaio 2015) La più grande azione terroristico-fanatica su territorio "occidentale" dall'11 settembre 2001. Il salto di qualità della strategia globalizzata: dagli autoctoni arabo-yemeniti addestrati da Bin Laden alla terza generazione di immigrati perfettamente integrato nel mondo occidentale Due blitz simultanei per mettere fine a tre giorni di terrore che hanno fatto 17 morti. Cherif e Said Kouachi, i due autori del massacro di Charlie Hebdo, sono stati uccisi in una tipografia dove si erano barricati. Non sapevano che nella fabbrica ci fosse un uomo, nascosto in un cartone, che ha dato l’allarme (leggi). Nella capitale Amedy Coulibaly, che giovedì aveva ucciso una poliziotta a Montrouge (video), ha tenuto in ostaggio una ventina di persone in un negozio kosher per ore, chiedendo la liberazione dei due fratelli. Alle 17 l’intervento. Uccisi tre attentatori, in fuga la quarta complice, Hayat Boumedienne

 

Mentre in Italia il Quirinale decide LA RESURREZIONE DELLA MERDA DI ARCORE, in Grecia la vittoria di Syriza sembrerebbe aprire a NUOVA VITA Samaras ed altra merda varia ellenica. Quest'ultimi responsabili prima dello sfascio del 2010 e poi di 5 anni di Troike,Troione e Baldracche varie Teutoniche che hanno saccheggiato il paese riducendolo alle ossa, a sconfitta acclarata TIRANO FUORI DAL CILINDRO L'ACCORDO SEGRETO CON L'UE CHE SPOSTA AL 2057 IL SALDO DI 240 MILIARDI DI EURO DI PRESTITI FATTI CON RATE A PARTIRE DAL 2020. E' un colpo di scena clamoroso che mette Alexisi Tsipras nella merda. Il sinistro radicale ha impostato tutta la campagna sulla defalcazione di parte del debito o sul suo spostamento verso l'eternità ed ora si ritrova con un accordo sotto banco che LO HA GIA' FATTO !!!

Il destino del governo Tsipras si decide in 30 giorni: il 28 febbraio sarà chiaro se Syriza ha intenzione di fare sul serio con l’Europa, anche a rischio di spingere la Grecia verso un default e verso l’uscita dall’euro. E si capirà se quella di Antonis Samaras e di Nuova Democrazia è stata una sconfitta elettorale o un’abile ritirata tattica per distruggere la credibilità del giovane leader radicale greco.

Il programma economico europeo di Syriza si compone di due parti fondamentali: una conferenza per ridurre il debito pubblico, arrivato al 175 per cento del Pil, e ribellarsi alle richieste della Troika, il trio di istituzioni (Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Bce) che vigilano sullo scambio tra aiuti finanziari e riforme per rendere l’economia competitiva (e, in teoria, in grado di rimborsare i prestiti).

L’idea della conferenza sul debito per ora non raccoglie grandi entusiasmi: il ministro delle Finanze di un altro Paese che ha avuto la Troika, l’irlandese Michael Noonan, da Bruxelles ha detto che “il problema è la sostenibilità del

 debito non la cancellazione”. Noonan, che non vuole mettere a rischio i miliardi prestati dall’Irlanda alla Grecia, è favorevole a una rinegoziazione dei termini dei prestiti – scadenze, interessi, condizioni ecc. – ma non a una cancellazione di parte delle somme. Si è parlato anche di questo, ieri all’Eurogruppo, la riunione dei ministri economici dell’eurozona a Bruxelles. Ma soprattutto si è parlato dei rapporti tra la Grecia e la Troika.
Dopo quasi cinque anni e 240 miliardi di prestiti straordinari erogati, tra Fmi, fondi salva Stati europei e prestiti bilaterali dai governi (Italia inclusa), il 28 febbraio la Grecia dovrebbe liberarsi del giogo della Troika. Non per merito di Tsipras, ma perché così era già previsto. Anzi: l’esame finale con erogazione degli ultimi 1, 8 miliardi di euro di prestiti era fissato a dicembre.

Poi è scoppiata la crisi politica: il governo guidato dal premier di centrodestra Samaras e sostenuto dai socialisti del Pasok non è riuscito a eleggere il presidente della Repubblica e questo, per la legge greca, determina elezioni anticipate, con Tsipras che fremeva per trasformare i sondaggi positivi in seggi. Il 19 dicembre scorso, quindi, il fondo Salva stati Efsf (la versione iniziale, poi inglobata nell’Esm) ha concesso un rinvio dell’esame finale della Troika, dal 31 dicembre al 28 febbraio.

Lo schema delineato dai funzionari di Bruxelles e dai loro omologhi del Fmi a Washington era questo: a fine febbraio la Troika esamina le riforme, la Grecia non rischia la bocciatura perché sta facendo molto soprattutto su fisco e riduzione del numero di statali, dopo la “promozione” arrivano gli ultimi 1, 8 miliardi e soprattutto viene confermato il sostegno da 10,9 miliardi al Fondo Ellenico di Stabilità (Hfsf) che deve intervenire in caso di cresi bancaria.

Da febbraio a giugno la Grecia si prepara a tornare sul mercato dei capitali in autonomia, cioè a emettere debito senza più il sostegno europeo. Secondo i calcoli degli analisti e di Bruxelles, però, la Grecia non può farcela completamente da sola: i suoi titoli a dieci anni oggi sul mercato hanno un tasso di interesse da strozzinaggio, 9, 1 per cento. Ci sarebbe quindi bisogno di quella che si chiama Linea di credito rafforzata, (Eccl) fornita dal fondo Salva Stati Esm. Che, manco a dirlo, presuppone impegni da parte del Paese beneficiario, un nuovo accordo tipo quello che oggi c’è con la Troika. Proprio per liberarsi da ogni vincolo, quando l’Irlanda a dicembre 2013 ha congedato la Troika ha rifiutato questa linea di credito. Ma poteva permetterselo: oggi il rendimento dei titoli decennali di Dublino è 1, 2 per cento, quasi dieci volte meno degli omologhi greci.

Con il suo discorso della vittoria, Alexis Tsipras ha confermato di voler far saltare questo schema: “Il popolo greco oggi annulla il memorandum dell’austerità e mette la Troika nel passato”, ha urlato il leader di Syriza domenica sera dal palco davanti all’università.
Ma cancellare il memorandum e applicare da subito politiche opposte a quelle concordate dalla Troika non è senza conseguenze: significa che a febbraio non ci sarà nessuna erogazione degli 1, 8 miliardi mancanti, che le banche greche non avranno più la rete di protezione europea da 10, 9 miliardi, e questo potrebbe innescare una fuga di capitali (come quella che si è vista prima del voto) e perfino una corsa agli sportelli da parte dei cittadini greci, che sempre più preferiscono tenere i contanti sotto il materasso.

Non solo: sottrarsi a ogni sorveglianza europea significa spingere la Grecia sul mercato senza la linea di credito dell’Esm. E come fa un Paese che ha un deficit previsto per il 2014 del 2, 8 per cento (e con le politiche di Syriza potrebbe aumentarlo parecchio) a pagare interessi al 9 per cento sul debito di nuova emissione? In caso di guai – cioè di mancanza di credito – la Bce non potrebbe intervenire se la Grecia si rifiuta di prendere impegni vincolanti. Tsipras ha soltanto due possibilità: o scende a compromessi, si sottopone all’esame della Troika e a quello dell’Esm, magari rivedendo un po’ le condizioni. Oppure resta coerente col suo programma elettorale, sapendo che può spingere la Grecia verso il default.

“Nei giorni drammatici del 2012 non pensavo che la Grecia potesse uscire dall’euro, oggi non posso più escluderlo”, dice un funzionario europeo. Samaras resta a guardare. Sapendo che, comunque vada, sarà Syriza a pagare il prezzo poli

 

IL COLPO DI SCENA DI TSIPRAS: ENTRA IN GIOCO LA RUSSIA DI PUTIN

Il neo-premier minaccia il veto greco a nuove sanzioni contro Mosca, usandolo nelle trattative per la ristrutturazione del debito e la rinegoziazione dei pagamenti: in cambio il Cremlino contratta con Atene la parziale copertura del passivo con l’Ue e fondi destinati a realizzare le promesse elettorali. L'intreccio dei rapporti politici, economici e diplomatici tra i due Paesi che mette in allarme Bruxelles

Il grande vincitore delle elezioni greche? Putin, mica Alexis Tsipras. Anzi, chiamiamolo già che ci siamo, Aleksej Tsipras…Per il Foreign Policy, “the Global Magazine of News and Ideas”, autorevole bimestrale stelle e strisce che si occupa di relazioni internazionali ed è una divisione editoriale della Washington Post Company, il voto del Partenone ha favorito il capo del Cremlino. La vicinanza di Putin alla Grecia potrebbe infatti far aumentare la distanza di Atene da Bruxelles (almeno, quella comandata a bacchetta da Angela Merkel). Rimescolerebbe le carte su tutti i fronti, non soltanto quelli economici.

Putin, grande sponsor dei movimenti euroscettici
Putin, è noto e lui stesso non ne ha mai fatto mistero, da anni sostiene i movimenti populisti euroscettici, in nome dell’indipendenza dei popoli, per usare una formula cara al Cremlino. La foglia di fico per giustificare l’aggressione alla Georgia, l’appoggio ai separatisti ucraini, e un certo espansionismo di ritorno, alimentato dalla nuova dottrina militare russa (strategia del confronto con gli Usa che “ci vogliono schiacciare e vogliono rovesciare Putin”, parole del ministro Sergei Lavrov) e dalla teoria del complotto, ossia che “negli stati limitrofi della Russia ci sono regimi la cui politica minaccia gli interessi della Federazione” (chiaro riferimento a Kiev), ovviamente su istigazione di Washington. La destabilizzazione del potere è diventata una sorta di ossessione, al Cremlino. Che ha alimentato la paranoia di una “quinta colonna” all’interno del Paese, sempre più stremato dalla crisi monetaria e finanziaria e dalla stretta dell’embargo.

Tsipras, il grimaldello di Putin nell’Ue
Ed ecco che entra in scena Tsipras, con il suo clamoroso successo (ma anche l’inquietante alleanza con la destra estrema di Anel, i Greci Indipendentisti): l’uomo su cui i russi puntavano molto, e da tempo. Potenziale grimaldello per disgregare l’Unione Europea e ridiscutere il ruolo della Nato: “Mosca ha pochi amici in Europa”, ma ora che la Grecia ha avuto la forza di opporsi al diktat di Bruxelles, altri paesi troveranno “più facilmente il coraggio di fare lo stesso”, ha dichiarato a Russia Today l’analista di politica estera Srdja Trifkovic, un serbo americano che vive a Chicago noto per le sue posizioni “paleoconservatrici”. Un rischio c’è, osserva il New York Times: che Tsipras possa complicare gli obiettivi europei in Ucraina. Il che gli farebbe aumentare il potere di contrattazione nei negoziati economici.

Alleanza contro le sanzioni in cambio di miliardi
Sembra di stare al mercato. Si contratta sino allo stremo. Putin, per esempio, offrirebbe la parziale copertura del debito con l’Ue, e contribuirebbe a coprire i fondi destinati a realizzare le promesse elettorali. Giovedì il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, ha detto in un’intervista alla Cnbc che Mosca è pronta ad aiutare economicamente Atene: se la Grecia avanzasse una richiesta, “la prenderemmo sicuramente in considerazione”. La Grecia ha mandato in archivio l’austerità, aveva detto Tsipras, “ridaremo la luce a 300mila famiglie povere”, aumenteremo il salario minimo, garantiremo l’assistenza sanitaria a chi ne è sprovvisto. Il conto? Bastano 11,5 miliardi di euro, ha calcolato Tsipras. Peccato che le casse dello Stato siano quasi vuote. Perciò l’oro di Mosca farebbe un gran comodo. Ma cosa vogliono in cambio i russi? Un alleato contro le inique sanzioni. Già. L’Europa delle sanzioni è il nemico di Mosca. La stessa Europa che predica ed impone l’austerità, il rigore e la moneta unica, i grandi pilastri da abbattere, secondo le destre xenofobe e le sinistre più radicali, come Syriza di Tsipras: basta con la dittatura dei burosauri di Bruxelles. La vittoria di Tsipras è un pugno allo stomaco dell’eurozona, e, indirettamente, un evento che rilancia Mosca: prova ne è la riluttanza greca di ulteriori provvedimenti punitivi nei confronti della Russia, come invece vorrebbero Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Polonia. Per Tsipras sono “un grave danno per l’Europa”. Come la decisione Ue di appoggiare apertamente e unilateralmente l’Ucraina contro i separatisti e di non riconoscere il referendum della Crimea, che invece lui ha approvato, schierandosi a fianco dei russi. Putin, “padrino” della Grecia: in fondo, fa comodo a tutti.

Syriza, tra minacce e pragmatismo
A Bruxelles, per mitigare l’intransigenza della Merkel. Agli americani, per mettere in guardia gli alleati della Nato e rammentare a Tsipras che la Grecia è un partner fondamentale dello schema mediterraneo. Fa comodo a chi evoca scenari drammatici, e fomentano paure, in un gioco di specchi che serve soltanto ad aumentare inutili tensioni. Attenzione, ricordano costoro, Tsipras sosteneva nel 2013 la necessità di uscire dall’Alleanza Atlantica e di chiudere la grande base navale Usa che si trova a Creta. Non a caso, i servizi d’informazione della Nato e della stessa Ue hanno allertato le capitali europee sul rischio di una “deriva” putiniana della Grecia. Però, il 14 gennaio scorso Tsipras ha chiarito che non avrebbe rotto con la Nato, “in quanto non è nell’interesse del Paese”, e ha precisato che la Grecia avrebbe rispettato gli accordi internazionali. Con la Nato. E con l’Unione Europea. Pragmatismo. Come pragmatico è stato d’altronde Putin, sia pure nell’ottica degli interessi convergenti. L’ambasciatore Andrej Maslov è stato il primo diplomatico a precipitarsi da Tsipras e a consegnargli il messaggio di Putin, in cui il presidente russo esprimeva “fiducia che Grecia e Russia potranno proseguire lo sviluppo della loro tradizionale cooperazione costruttiva in tutti i settori e lavoreranno insieme in modo efficace per la soluzione dei problemi attuali in Europa e nel mondo”. Poche righe, spedite ad Atene ma con lo scopo d’essere lette attentamente a Bruxelles.

Commerci, energia, turismo: i legami Atene-Mosca
Anton Shekhostov
, accorto studioso esperto di movimenti radicali europei, valuta lo scopo di tutte queste moìne cremliniane: “Il caso Grecia è forse il più pericoloso in termini di potenziali implicazioni per la politica europea delle sanzioni”. Giorni fa, il ministro russo dell’agricoltura ha detto: cari amici greci, voi esportavate da noi il 60 per cento delle pesche, il 90 per cento delle fragole, frutta, olio d’oliva. Quest’anno, niente. Non avete mercati di sbocco. Un danno di 430 milioni di euro. Però, se uscite dall’euro, le nostre porte si spalancheranno subito… Una provocazione. Un messaggio nemmeno tanto cifrato. Grecia e Russia hanno progetti importanti da sbloccare: gasdotti, centrali di stoccaggio al confine con la Turchia, investimenti privati, flusso di capitali (condivisi con Cipro) e di viaggiatori: il 2016 sarà infatti l’anno turistico di Grecia e Russia. Inoltre, Gazprom vorrebbe incrementare il business con Atene (ha organizzato un congresso nella capitale greca qualche tempo fa). Tra russi e greci ci sono rapporti storici di affari, di fede, di cultura comuni: un episodio li sintetizza. Sei anni fa Putin finanziò la ristrutturazione del grandioso monastero russo al monte Athos.

Kotzias, capo della diplomazia di Atena amico di Mosca
Un amico di Mosca, indubbiamente è il 64enne Nikos Kotzias, neo ministro degli esteri. Docente di teoria politica all’università del Pireo, ex comunista (è stato anche consigliere diplomatico), negli anni Ottanta Kotzias applaudì la repressione di Solidarnosc. Di recente ha definito l’Ue “un impero idiosincratico, dominato dalla Germania”. In sintonìa con Putin che l’altro giorno ha accusato l’Occidente di “isteria antirussa”. Kotzias va spesso a Mosca, dove è in contatto con personaggi che gravitano nell’entourage di Putin, come Alexander Dugin, filosofo nazionalista, legato a figure di spicco dei siloviki moscoviti (gli uomini degli apparati di sicurezza). Invitato d’onore l’estate del 2013 al campus del Pireo, celebrò il ruolo della cristianità ortodossa nell’unire greci e russi. Ai tempi della guerra ottocentesca di Crimea, i russi pretendevano d’essere i protettori del mondo ortodosso, quindi anche della Grecia. L’iconografia che maschera affari e penetrazione russa nel mar Egeo.

Anche l’alleato Kammenos è ben conosciuto in Russia
L’amicizia di Panagiotis Lafazanis, freschissimo ministro dell’Energia e leader dell’estrema sinistra di Syriza, è senza limiti: “Non ci sono differenze con la Russia e il popolo russo”, ha premesso, e promesso. Pure Panos Kammenos, neoministro della Difesa, il leader della destra estremista dei Greci Indipendenti che si è alleata con Syriza, è ben noto nei corridoi del Cremlino e nelle stanze del potere russo. L’ultima volta l’hanno avvistato alla Duma, il parlamento russo: era il 15 gennaio, poco prima delle legislative greche. Ha incontrato il capo della commissione Esteri, Alexei Pushkov, nella lista nera di Stati Uniti e Canada. Poi il capo della commissione Difesa.

Veto alle sanzioni, Tsipras lo usa pro domo sua
Un protagonista chiave di questi contatti tra russi e euroscettici è l’oligarca Kostantin Malofeyev che ha fidelizzato i rapporti coi movimenti radicali politici europei, tra i quali l’Anel di Kammenos. L’alleanza di Tsipras con la destra populista tiene in apprensione le cancellerie europee. Il capo di Anel ha rassicurato i colleghi russi: “Siamo pronti a creare un ampio gruppo di forze politiche dei Paesi dell’Europa meridionale, le cui economie sono state danneggiate dalle sanzioni Ue contro la Russia”. Scopo del gruppo? “Una revisione di questo processo che colpisce più i paesi europei che la Russia”. Ma tali intenzioni favorirebbero davvero la Russia? “Macché”, replica l’analista Shekhovtsov, “Syriza e Anel sono innanzitutto partiti anti austerity. I loro sentimenti filorussi possono solo aumentare il costo delle sanzioni Ue contro il Cremlino, piuttosto che contribuire alla loro abolizione”. E allora, perché tante preoccupazioni? Perché Tsipras utilizzerà la questione del veto greco – il varo delle nuove misure punitive contro Mosca richiede l’unanimità dei 28 Stati membri – nelle trattative per la ristrutturazione del debito e la rinegoziazione dei pagamenti. Mosca aspetta che il meccanismo dei colloqui s’inceppi. Bruxelles vuole evitarlo: per questo Martin Schulz, il presidente del Parlamento europeo, si è precipitato giovedì 29 gennaio ad Atene, seguito da altri bonzi di Bruxelles. Per questo, a sorpresa, Mark Carney, numero uno della Bank of England, in un discorso “decisamente insolito”, ha condannato la linea dell’austerità, ha approvato l’azione della Bce di Draghi, fornendo un importante assist alla sinistra radicale guidata da Tsipras.

Kammenos, la mina vagante
Certo, Putin si sta impegnando in una complicata partita di scacchi e non saranno le prime mosse a impensierirlo. Tsipras non ha sbattuto subito le porte in faccia a Bruxelles: ci sarà comunque uno sbattere di imposte, un ruotar di chiavistelli e un tintinnare di catenacci. Molto dipende dalla tenuta della bizzarra alleanza col demagogo Kammenos, il quale aveva un programma elettorale quanto meno avventuroso: l’uscita dall’Europa e l’ingresso nell’Unione Euroasiatica, sorta di novella Urss fondata da Putin alla quale, sinora, hanno aderito Kazakistan e Bielorussia. Una prospettiva non molto allettante, per Tsipras. I greci non ci pensano nemmeno a finire tra le steppe putiniane. Quanto a Kammenos, il problema è che le spara grosse ed è una mina vagante. Ha accusato l’Europa perché “governata da tedeschi neo-nazisti” (nel 2013 disse che Wolfgang Scheuble, ministro delle Finanze di Berlino, era “una persona non-grata nel territorio greco”). Tralascio le battute antisemite, o le invettive contro gli immigrati clandestini. Eppure è con uno come Kammenos che Tsipras ha avviato un inedito e controverso matrimonio populista. La miscela è assai instabile. Può esplodere quando meno te l’aspetti. Oppure no: forse è solo un bluff. O magari uno stravagante, illogico esperimento politico. L’ha suggerito Putin?

p.s. Gli uomini dell’ombra sono cauti, l’intelligence si lascia suggestionare da scenari omerici: le trattative di Tsipras con Bruxelles falliscono. Si consolida allora un governo ostile, “anti occidentale d’Occidente”. Il cavallo di Troia anelato da Putin. Il quale, durante il secondo mandato presidenziale, aveva messo in piedi una struttura governativa per sviluppare forti legami con partiti e movimenti di un’Europa delle “piccole patrie”, e che volevano scrollarsi di dosso “le catene” di Bruxelles. Il 22 febbraio del 2005 aveva emanato un decreto (numero 198) per l’istituzione di un Dipartimento presidenziale delle relazioni “interregionali” e delle relazioni culturali con i Paesi stranieri (“Об Управлении Президента Российской Федерации по межрегиональным и культурным связям с зарубежными странами”), decreto perfezionato successivamente nel 2008, in cui si precisavano obiettivi e competenze. Un anno dopo, Russia Unita – il partito di Putin egemone alla Duma – annunciava che intendeva promuovere e approfondire la collaborazione con i partiti di altri Paesi. Quali, si è visto.

 

SYRIZA E LA REAZIONE DEL CAPITALE INTERNAZIONALE

Sono passati più di tre anni da quando ho lanciato il primo appello contro la Troika (Mes), ben consapevole degli effetti che avrebbe avuto sui paesi dell’Eurozona in difficoltà. Da allora non è successo assolutamente nulla di rilevante dal punto di vista politico, in Italia nessuna reazione degna di nota, giusto qualche slogan in campagna elettorale. Poi il silenzio.

Per quanto riguarda la Grecia, non è certo la prima volta che con il pretesto degli “aiuti” finanziari vengono imposte le politiche di austerità al suo popolo. Il commissariamento della Repubblica Ellenica, infatti, è in atto dal 2010, oggi se ne riparla con così tanta enfasi perché ci si aspetta che il nuovo governo di Tsipras liberi l’Europa dalla morsa della Troika, come al solito nella speranza di poter incassare le vittorie degli altri. Una cosa è certa, questo non accadrà, e chi lo pensa non ha ancora capito che dietro alla retorica del potere – “Più Europa”, “Ce lo chiede l’Europa”, … – si nasconde la realtà di una spietata lotta di classe dove il capitale internazionale è riuscito ad ottenere piena legittimazione politica mediante le organizzazioni finanziarie internazionali (Troika, Fmi, …).

Una nazione in difficoltà come la Grecia non può, da sola, ostacolare un sistema di potere così sofisticato e strutturato.

E’ necessaria un’alleanza trasversale tra le forze di opposizione di tutti i Paesi stretti dalla morsa dei “mercati”. Il successo di un simile “patto” dipende chiaramente dal tipo di strategia di difesa che si decide di mettere in campo, la quale, a sua volta, è il risultato del livello di conoscenza della complessa realtà di riferimento e delle tecnicalità giuridico-politiche attraverso cui pochi tecnocrati riescono a commissariare intere nazioni.

Il primo passo da fare (degli altri parleremo più avanti) è certamente quello di comprendere che anche noi facciamo parte della Troika. Questa entità è rappresentata da istituzioni dell’Ue, quindi indirettamente da tutti gli Stati aderenti. Ciò è ancor più evidente da quando la Troika si è strutturata come Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità), visto che i soci sono proprio gli stati dell’Eurozona. A Cipro e in Spagna, non a caso, i commissariamenti sono stati realizzati direttamente dal Mes, ed è sempre tramite questa forma organizzativa che la Bce intende vincolare con specifici protocolli d’intesa (di fatto commissariamenti) gli altri Paesi in difficoltà a realizzare le riforme, come condizione necessaria per l’adesione al Quantitative Easing del programma Omt ideato da Mario Draghi.

Detto in termini più semplici, noi siamo membri della Troika, e questo vale per l’Italia, per la Grecia, per la Spagna e per tutti gli altri paesi che vi hanno aderito. Per combatterla, quindi, dobbiamo anzitutto mettere in discussione la nostra partecipazione a tale organizzazione, o quantomeno iniziare ad incidere sulle scelte che vengono poste in essere nei singoli stati via via colpiti. Come possiamo dire “no alla Troika in Grecia” e contemporaneamente essere soci di questa entità?

Stesso ragionamento ovviamente per la Grecia nei confronti di se stessa: come si può cacciare la Troika dal proprio territorio e contemporamente farne parte? Insomma, iniziamo a lottare seriamente a casa nostra, sia per aiutare noi stessi che gli altri. Non dimentichiamoci che la Troika ha già bussato alle porte di Roma, e il QE potrebbe spalancarle. Tutto questo forse poteva essere evitato se i politici avessero dato ascolto al grido di allarme lanciato diversi anni fa.